martedì 7 dicembre 2010

WikiLeaks, l'ombra della censura per zittire Assange

Non ci si fa troppo caso, ma la reazione statunitense all'ultima uscita di Wikileaks è uno scandalo nello scandalo. Se c'è un reato che gli Stati Uniti possono perseguire è la sottrazione dei file e se c'è un colpevole che possono cercare di punire è colui che ha copiato i dati e li ha inviati a Wikileaks. Su Wikileaks, Assange e quanto altro, gli Stati Uniti non hanno giurisdizione e perseguire Assange ha solo il sapore di una vendetta o di un'intimidazione a futura memoria.

Tanto più che imprigionare Assange non servirà certo a ridurre al silenzio Wikileaks. Peggio, fare pressione su giganti come Amazon, Paypal, Everydns e gli altri big di internet perché rifiutino i loro servizi a Wikileaks è una reazione davvero degna dello stereotipo della censura cinese. Pietose le scuse adottate da queste aziende, che si sono nascoste dietro "Terms of service" e quindi rifiutandosi di collaborare a un'impresa "illegale". Ci sarebbe da chiedersi illegale per chi, visto che la divulgazione dei segreti statunitensi è un reato solo negli Stati Uniti, mentre in quasi tutto il resto del mondo è sacrosanto diritto giornalistico diffondere informazioni del genere, indubbiamente d'interesse pubblico. Non si capisce poi perché adesso Wikileaks diventi un'organizzazione criminale, mentre quando ha diffuso le prove di crimini di guerra americani in Iraq non è successo niente del genere. Non si capisce perché Wikileaks che pubblica i cable commette un reato e i giornali americani che fanno lo stesso invece no.

C'è poi che le grandi testate che collaborano con Wikileaks, su tutte il The New York Times, che collabora all'impresa per interposto The Guardian, dovrebbero in teoria condividere le stesse responsabilità di Wikileaks, invece no. Bastano queste banali considerazioni per certificare la natura esclusivamente politica degli attacchi a Wikileaks. Fortunatamente altri giganti con simili terms of service non sembrano aver raccolto questo genere di pressioni, resiste la pagina Wikileaks su Facebook, non sono segnalati interventi sull'indicizzazione da parte di Google ed è ancora agibile Twitter.

Non è detto che si tratti di pulsioni libertarie o di adesioni ideologiche, in una battaglia del genere l'utenza di Internet è schierata massicciamente dalla parte del diritto alla divulgazione dei cable e gli utenti di questi servizi sono anche il loro rincipale patrimonio di aziendale. Ancora più tristi, se possibile, le indicazioni impartite alla istituzioni governative statunitensi ai loro dipendenti, tra le quali spicca il divieto di consultare documenti (ormai) notori o discuterne i contenuti, ordine che riecheggia metodi da polizia del pensiero. Ma non basta, ecco allora le pressioni sugli altri paesi, con la Francia che (prevedibilmente) s'allinea e con la Svizzera, ora sulla graticola per un mirror del sito con l'identificativo .ch. Comportamenti stupidi e controproducenti. Dopo che dalla stalla aperta sono fuggiti i buoi, il contadino americano esce in strada sparando ai passanti invece di maledire la volta che ha lasciato aperta la porta.

Così, mentre il servizio diplomatico è sconvolto e la signora Clinton fa il giro dei giardini dei vicini a raccogliere il letame "made in the USA", le agenzie governative si dedicano a una riduzione del danno tanto scomposta che prevedibilmente farà più danni che bene. Intanto in soccorso di Wikileaks accorrono in molti con donazioni individuali (la reazione americana è un'ottima pubblicità) e si mobilitano altre realtà nate per favorire la libertà d'espressione in rete. Ieri Indymedia.org ha proposto un altro mirror del sito e presto anche le sue declinazioni locali faranno o già hanno fatto altrettanto, aumentare il numero dei mirror (per di più su server più protetti della media come sono quelli d'Indymedia), renderà del tutto inutili le pressioni per far fuori wikileaks.ch ed emuli. Non è una battaglia che il governo americano possa pensare di vincere.

[fonte: agoravox.it]

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